Social network e linguaggio

di 

Emma

, 05-11-2015

Social network e linguaggio


Mi sto accorgendo che, da quando ho deciso di immergermi nel lavoro su web, il mio modo di parlare è mutato significativamente.
Rispetto a prima e rispetto a me stessa. 
Fino a circa due anni fa, non parlavo così, perché pensavo in maniera differente.
Non lo dico soltanto io, ma le persone a me più vicine.
Ho notato inoltre un’evoluzione assai gradevole del modo che le persone hanno di porsi nei miei confronti. 
Mi viene quindi spontaneo interpretare questo cambiamento come conseguenza del mio instancabile studio e del riemergere funzionale di competenze e abilità che nella mia vita precedente non mi servivano o, in alcuni casi, potevano addirittura compromettere la possibilità stessa di comunicare.


A proposito di questo interessante argomento, ho giusto letto uno studio portato avanti da Shiri Lev-Ari, studiosa del Max Planck Institute for Psycholinguistics, l’istituto della tedesca Max Planck Society, che ha come obiettivo la ricerca e la comprensione delle basi del linguaggio dal punto di vista psicologico, sociale e biologico.
Shiri Lev-Ari
, autrice del post in questione, è interessata all’influenza che può avere l’ambiente esterno sulle nostre capacità linguistiche e sull’utilizzo stesso del linguaggio, con una particolare attenzione a come le dimensioni e la saturazione della rete sociale che ognuno di noi si costruisce condizioni le nostre abilità linguistiche e, conseguentemente, il nostro mondo. 
In questo studio, Shiri Lev-Ari dimostra come una più vasta rete sociale ci permetta di comprendere più facilmente e in maniera più precisa cosa differenti persone intendano quando utilizzano vocaboli quali ad esempio “good” o “great” per descrivere qualcosa; potremmo considerare quelle piccole e comunissime parole come il nostrano “mi piace” di Facebook o la stellina di Twitter, che non c’è più, con grande dispiacere di molti utenti, rimpiazzata dal trito e ritrito cuoricino, adeguamento twitteriano che sarebbe da approfondire da un punto di vista cognitivo, ma non ora e non qui.


Potremmo osare e andare oltre, alla richiesta di amicizia o al “follow”, che, come sostiene Rudy Bandiera nel suo libro “Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono (restringendo il campo al social per eccellenza, Facebook), hanno modificato radicalmente il concetto stesso di amicizia:


«Facebook ha mutato le nostre abitudini, i nostri modi di fare e di parlare, 
ha cambiato la nostra socialità e il nostro modo di interfacciarci con gli altri»,
in un’inquietante fusione tra identità virtuale e identità analogica,
in cui «la parola
amicizia muta completamente significato,
facendoci perdere di vista quello per cui la parola stessa è stata concepita e utilizzata».


Come possiamo rapportarci a questo cambiamento e interpretare in maniera corretta, o, quantomeno, più precisa possibile, queste parole e questi segnali che stanno sostituendo concetti diventati ormai obsoleti?
Per prima cosa, ci può essere utile fare riferimento ai contesti in cui ci capita di incontrarli; in seconda battuta, è importante metterli in rapporto diretto con gli individui che li utilizzano e con il loro modo di parlare: se una persona si riferisce alle proprie esperienze usando spesso “grandiosa” o “straordinaria”, è probabile che tenda ad esagerare, a scapito del valore intrinseco del vocabolo impiegato, mentre, se una persona è parca di aggettivi e di esternazioni, un suo utilizzo di “grandioso” o “straordinario” avrà un valore inestimabile. 


Il fatto di interagire con molte persone potrebbe renderci più abili nell’interpretare queste espressioni per via della nostra maggiore esperienza nel decifrare diversi schemi linguistici, usati da diversi individui per descrivere diverse situazioni. 


Ma non potrebbe accadere l’inverso? Si potrebbe dare il caso che le persone che comprendono maggiormente gli altri abbiano perciò una rete sociale più vasta? 
Per confutare questa ipotesi, Shiri Lev-Avi ha condotto esperimenti di cui non vi parlerò qui, perché ciò che mi interessa condividere sono piuttosto i risultati e il loro impatto sul nostro modo di comunicare: da questi test, risulta che è proprio la rete sociale a influenzare direttamente (e in modo positivo) le nostre capacità di comprensione degli altri, migliorandole nettamente. Questo fa pensare che le nostre abilità cognitive e linguistiche possano attivamente condizionare le nostre abitudini e il nostro stile di vita.
Ed ecco spiegato anche il mio processo di sviluppo di antiche capacità sopite e la mia rinnovata spinta a migliorarmi costantemente, anche grazie alle cadute e ai lividi, parti integranti di ogni evoluzione.