Riflessioni su "Sette brevi lezioni di fisica" di Carlo Rovelli

di 

Emma

, 17-12-2015

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Da quando abbiamo imparato che la Terra è rotonda e gira come una trottola pazza, abbiamo capito che la realtà non è come ci appare: ogni volta che ne intravediamo un pezzo nuovo è un’emozione. Un altro velo che cade. 


In questo magnifico testo, il fisico Carlo Rovelli ci prende per mano e ci conduce con eccellente capacità comunicativa nell’ostico (ai più) mondo della fisica. Con un’empatia e una passione che lo avvicinano alla poesia. 
Il riferimento al velo riporta all’antica saggezza dei Veda, da cui trassero spunto alcuni tra i più importanti filosofi occidentali, tra cui Platone e, in seguito, Schopenhauer, che introdusse e rese famoso tale concetto nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione:


È māyā, il velo dell’illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo infatti è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia, che il viaggiatore da lontano scambia per acqua, oppure ad una corda buttata per terra ch’egli prende per un serpente. 


Rovelli vede cadere un altro velo imbattendosi nella relatività generale di Einstein, “la più bella delle teorie”: cominciare ad afferrarne il significato, rappresenta per lui non solo la visione stessa della bellezza, ma soprattutto «l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo». 

Ma, come sostiene anche De Bono proprio in riferimento a quello che fece Einstein, «le nuove idee possono nascere da dati nuovi, questi però non sono indispensabili. Si può benissimo partire da dati vecchi e riordinarli in un modo nuovo e validissimo». Non è quindi necessario inventare nulla, ma si possono formulare teorie altamente innovative, se non addirittura rivoluzionarie, partendo da dati che sono sotto gli occhi di tutti: la novità, secondo questa visione, scaturisce da una ricombinazione del vecchio.

Einstein ha avuto un’intuizione basata su un’estrema semplificazione della realtà, che identifica il campo gravitazionale con lo spazio stesso. Basandosi su conoscenze comprovate, ha formulato una teoria nuova e, all’apparenza, delirante; ci ha offerto «uno sguardo verso la realtà, un po’ meno velato di quello della nostra offuscata banalità quotidiana», grazie ad un’«intuizione elementare». 


Rovelli passa dalla relatività ai quanti, «pacchetti di energia» ipotizzati da Planck e resi reali ancora una volta da Einstein, che ne dimostra l’esistenza in rapporto alla luce, scontrandosi con le conoscenze del tempo. Tale dottrina viene ripresa da Bohr, che la sviluppa fino ad ottenere una teoria che fa finalmente tornare tutti i conti, anche se, al contempo, fa emergere una nota stonata nel campo della fisica, la probabilità; dalla soluzione dell’equazione che sta a fondamento della meccanica quantistica, il giovane Heisenberg estrarrà la tavola periodica degli elementi e ipotizzerà che gli elettroni «non esistano sempre», ma soltanto nell’interazione con qualcos’altro: «un elettrone è un insieme di salti da un’interazione all’altra». 


La realtà come interazione? Questo è troppo anche per Einstein, che, dopo anni di contraddittorio con Bohr, è costretto ad ammettere che non vi sia «contraddizione nelle nuove idee». Nonostante riconosca la portata epocale della nuova teoria, resta del parere che vi sia qualcosa sotto, un ordine non ancora compreso. Che rimane tale ancora oggi, a dispetto del larghissimo utilizzo delle equazioni della meccanica quantistica, che ci permettono, tra le altre cose, di godere dei prodigi della tecnologia contemporanea, senza però spiegarci come; esse, infatti, «non descrivono cosa succede a un sistema fisico, ma solo come un sistema fisico viene percepito da un altro sistema fisico». Che significa, si domanda Rovelli, che la realtà in sé stessa sia impossibile da descrivere, o «che dobbiamo accettare l’idea che la realtà sia solo interazione?», domanda cogente nella nostra epoca iperconnessa, legata a doppio filo allo scambio di informazioni, di opinioni, di idee.

La crescita delle conoscenze è direttamente proporzionale alla crescita dei dubbi, o, come recita l’antico libro del Qoelet: 


molta sapienza, molto affanno; 
chi accresce il sapere, aumenta il dolore. (1, 18)


Rovelli prosegue nel suo percorso, che vede la scienza come una sorta di visione altra, di pensiero laterale: a cambiare non sono i dati, ma il modo di vederli e, in seguito, di combinarli a formare un sistema in costante mutamento, dove «il mondo è un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire continuo di effimere entità… Un mondo di avvenimenti, non di cose».

I modelli costruiti negli anni e che sfruttiamo, pur funzionando, non soddisfano il nostro bisogno di regolarità perché, così come sono formulati, si contraddicono a vicenda. Queste contraddizioni sono però fonte di discussione, perché, si sa, 


la molteplicità genera dissensi, ma il dibattito è sano: fino a che la nebbia non sia sparita, è bene che esistano critica e opinioni opposte.


Dalla varietà di ipotesi, nasce il concetto di gravità quantistica a loop, che cerca di conciliare relatività generale e meccanica quantistica, e dove i loop presuppongono che lo spazio non sia continuo, ma «sia formato da grani», inanellati gli uni agli altri, in una «rete di relazioni che tesse la trama dello spazio». In tale contesto minuscolo, «ogni processo danza indipendentemente con i vicini, seguendo un ritmo proprio», in un tempo che risulta essere interno al mondo stesso.

La scienza ci offre uno sguardo nuovo sul mondo, sul nostro modo di esperire il mondo, e lo fa basandosi sulla storia e sulla filosofia. La scienza è «scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguire le tracce. Nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti in ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia, ma sapendo anche che se siamo bravi capiremo giusto, e troveremo». La scienza viene vista come proseguimento ideale dei miti, nella sua funzione pedagogica e conoscitiva, in un continuo interscambio che ne permette la reciproca esistenza.


Il nostro sapere riflette quindi il mondo. Lo fa più o meno bene, ma rispecchia il mondo che abitiamo.


Noi siamo parte del processo naturale proprio in quanto tali. La nostra curiosità, la nostra incessante sete di conoscenza non sono caratteristiche che ci distinguono e ci mettono in contrapposizione alla natura, ma sono la nostra natura.


Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più. E continuiamo a imparare.



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